07/06/2020 ore 03:56
Terni: l'omelia del vescovo alla Pontificale di S.Valentino: "l’amore che dobbiamo vivere è quello che ci porta a servire il bene comune della città"
Pubblichiamo integralmente l'onelia pronunciata dal vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, nel corso della Pontificale di san Valentino.
"Ci ritroviamo ancora una volta, come ogni anno - ha detto il vescovo -, su questo colle che conserva la memoria di San Valentino, patrono della Diocesi e della città di Terni. Il Vangelo che ci viene annunciato in questa santa liturgia ci presenta Gesù “buon pastore” che offre la sua vita per le pecore. E’ quel che visse San Valentino diciassette secoli or sono. Egli, sull’esempio di Gesù Buon Pastore, amò questa città con lo stesso amore che aveva Gesù, un amore che porta a pensare agli altri prima che a se stessi, a dimenticare il proprio personale interesse per fare spazio al bene comune. Questo amore ha spinto a scegliere San Valentino come patrono della Chiesa e della città di Terni. Si legava così la chiesa alla città e viceversa. Più volte, anche in questi anni, abbiamo voluto sottolinearlo. E oggi questa festa ci invita a riconsiderare il legame tra la Chiesa e la città, due realtà diverse tra loro e tuttavia strettamente legate. L’amore è il nome di tale legame. Per comprenderne meglio il senso è utile una riflessione di Sant’Agostino. Nella sua opera, “La città di Dio”, scriveva: “Due amori danno origine a due città: la città terrena il cui amore di sé giunge sino al disprezzo di Dio; e la città celeste il cui amore di Dio giunge sino al disprezzo di sé”(libri 11-14). Agostino non intendeva affermare l’esistenza di due città distinte, quella di Dio e quella degli uomini. Egli voleva piuttosto sottolineare due modi di vivere dentro la stessa città, due atteggiamenti o, appunto, come lui stesso dice: due amori, due modi di intendere e vivere l’amore. Questi due amori portano a due esiti opposti. E ne spiega il perché: “Di questi due amori, l’uno è santo e l’altro è empio: l’uno è sociale e l’altro egoista; l’uno tiene conto dell’utilità comune in vista della società del cielo, l’altro riduce lo stesso bene comune al suo potere spinto dal sentimento dell’arroganza nel comandare”(De genesi ad litteram, 11, 15). Care sorelle e care fratelli, l’amore che dobbiamo vivere è quello che ci porta a servire il bene comune della città, il bene comune di questa nostra regione, il bene comune del nostro paese e quello del mondo. Questo è l’amore che sgorga dal Vangelo. Questo è l’amore che edifica sin da questa terra la città del cielo. Al contrario, se lasciamo i nostri cuori e le nostre città in preda agli istinti egocentrici, in balia dell’amore solo per se stessi, schiavi delle soddisfazioni personali e dei propri affari, non solo non crescerà tra noi la città del cielo, ma edificheremo città avvelenate dal male, dall’ingiustizia e dalla violenza. E come non essere seriamente preoccupati per quanto abbiamo appreso circa le infiltrazioni della malavita organizzata anche nella nostra regione? Care sorelle e cari fratelli, abbiamo un urgente bisogno di amore evangelico, ossia di un amore che ci costringa a superare gli individualismi, che ci liberi dalla schiavitù del denaro e del materialismo che acceca. E’ l’energia più preziosa contro il radicarsi del male. E questo amore ce lo dona l’Eucarestia. Essa ci strappa dalla concentrazione su noi stessi per coinvolgerci nel suo dinamismo d’amore, nell’essere anche noi “pane spezzato” e “sangue versato”. Per questo – come più volte abbiamo sottolineato nella Lettera pastorale L’Eucarestia salva il mondo - l’Eucarestia non si esaurisce all’interno delle chiese; essa ci spinge ad uscire fuori e a continuare il culto a Dio centro la vita della città. Dopo esserci raccolti attorno all’altare eucaristico siamo invitati a raccoglierci attorno all’altare della città. Tradiremmo l’Eucarestia se, uscendo di chiesa, ci rinchiudessimo nel nostro mondo. La città, l’intera convivenza umana, per noi credenti è come un altare. Dobbiamo preoccuparci di essa con la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa passione con cui curiamo gli altari delle nostre chiese. Se nell’Eucarestia c’è il Corpo di Cristo presente nel pane e nel vino consacrati, nella città il sacramento di Cristo sono i poveri, i deboli, i malati, i soli, gli abbandonati. Anche questi altari dobbiamo servire. E c’è poi l’altare della vita associata, è l’altare della giustizia, che deve anch’essa attuata con cura e attenzione. Sì, l’a celebrazione dell’Eucarestia ci rimanda ogni domenica alla città. E in questa festa sentiamo l’urgenza di questo amore. Oggi Terni, assieme a questa terra, sta vivendo un momento delicato della sua storia; un momento di passaggio, di faticoso travaglio. Tutti siamo consapevoli che il passato non può tornare e che il futuro non è dietro l’angolo; richiede anzi una creatività ben più generosa di quella che mostriamo. Certo è facile rinchiudersi in una avara pigrizia e magari dire con Geremia: “Ahimé, Signore, ecco io non so parlare”(Ger 1,4). Ma il profeta Isaia ci mostra un altro atteggiamento: “Per amore di Gerusalemme non tacerò”(Is 62,1). Sì, per amore di Terni non possiamo tacere, non possiamo ripiegarci in noi stessi. Il Signore chiede a tutti, ed anche alla nostra chiesa diocesana, di parlare, di riflettere, di dibattere, di individuare prospettive, insomma di ricomprendere le responsabilità che abbiamo per la vita della città. Lo chiede a noi sacerdoti perché, comunicando il Vangelo con franchezza e passione, spingiamo i cuori dei credenti ad una maggiore generosità e creatività nei confronti della città. E lo chiede ai laici perché assumano in prima persona l’impegno per una più diretta responsabilità nella vita della città. Vedo il rischio per noi credenti di non interpretare con generosità le responsabilità nei confronti della vita di tutti. E’ l’Eucarestia che celebriamo ad esigerlo. Benedetto XVI, per indicarne la forza di cambiamento, la paragona alla fissione dell’atomo: la Messa è una sorta di esplosione nucleare di amore. Per questo non siamo rassegnati sulla città, non possiamo lasciarci prendere solo dal lamento sterile di chi poi si ritira comunque a coltivare solo il proprio orto, piccolo o grande che sia. Ciò di cui oggi abbiamo più bisogno a Terni è la speranza, direi anzi che è urgente sviluppare una cultura della speranza, l’unica che ci permette di resistere al declino. La speranza è già presente nel bagaglio della nostra storia, ma va alimentata. E l’Eucarestia è un fermento di speranza straordinario perché non cessa di spingerci verso il futuro. Di domenica in domenica veniamo esortati a non chiuderci nel presente, a non ripiegarci su noi stessi e sui nostri interessi individuali o di parte, a non chiuderci nei nostri piccoli e frammentati orizzonti. Terni ha risorse e talenti, ed anche un notevole serbatoio di generosità. E’ anche vero però che la difficile transizione, in corso ormai da decenni, non è ancora sfociata in una soluzione convincente, robusta, giusta e solidale. Viviamo ancora tensioni contraddittorie, perdiamo ancora troppo spesso la speranza in un futuro umanamente e socialmente più ricco e più dinamico. Non possiamo ignorare che Terni, negli ultimi quaranta anni, ha perso terreno in confronto con molte altre realtà del paese. E debbono preoccuparci i segnali di declino nel campo economico, in quello della cultura, delle relazioni sociali. In questi ultimi decenni grandi flussi di trasferimenti pubblici hanno contenuto questo parziale declino. In molti ci hanno aiutato: lo Stato nazionale, la Regione dell’Umbria, la Comunità europea. Non solo: la globalizzazione economica ha prodotto anche nel nostro territorio investimenti e lavoro. Ma non possiamo non porci una domanda: gli investimenti pubblici e privati possono dimostrarsi efficaci se la città finisce con il viverli in una prospettiva di passività? Ovviamente no. Gli investimenti diventano prospettiva di sviluppo solo se la città li accoglie e li arricchisce con uno sguardo verso il futuro, verso il rinnovamento. Abbiamo bisogno di risvegliare la speranza. Benedetto XVI nella sua ultima enciclica scrive: “la fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che debbono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa…Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”… Il presente viene toccato dalla realtà futura.” (Spe Salvi, n.7). Dobbiamo dare concretezza storica a questa cultura della speranza cambiando i nostri comportamenti, quelli individuali e quelli sociali. Dobbiamo abbandonare i bagagli ingombranti che ci appesantiscono e concentrarci su ciò che ci rende più capaci di costruire il nuovo. Non è possibile sopravvivere senza un sussulto. Solo così eviteremo il declino. Le città possono anche morire, pur restando geograficamente in piedi: la storia ce lo mostra. Ma possono anche reinventarsi. C’è bisogno perciò di una passione nuova che ci coinvolga tutti per costruire il futuro della nostra città. E’ un impegno che coinvolge ciascuno di noi in prima persona. Certo, c’è bisogno - e non solo a Terni - di una politica forte e responsabile. E la politica deve rinnovarsi, senza dubbio alcuno. Ma da sola non basta. Il nostro futuro è in mano alla scuola, alle imprese, all’università, alla ricerca scientifica, alle associazioni, alle famiglie, ai gruppi professionali, alle comunità cristiane e anche – ovviamente - alle sue istituzioni politiche. Ma tutte queste realtà – ed è un serissimo problema - debbono fare i conti con il bene comune; non debbono accontentarsi della semplice distribuzione di quanto c’è, ma cooperare alla produzione di nuove risorse (economiche, sociali, culturali, spirituali) da mettere a disposizione di tutti. Cari amici, solo se allarghiamo la nostra mente e il nostro cuore avremo un futuro, sia come città che come persone; solo se ci apriamo al nuovo, al non previsto, a ciò che ci viene incontro, solo se operiamo per integrare e assimilare e non per dividere e difendere, possiamo dare corpo ad un futuro più armonioso e più ricco. E’ stato così anche in passato. La Terni industriale ha avuto e dato futuro mediante l’apertura, accogliendo il rischio dell’innovazione, della diversità, della pluralità. Qualche segno di risveglio lo abbiamo vissuto. Penso, ad esempio, alla vicenda delle acciaierie e al cambiamento avvenuto da tre anni a questa parte. E’ vero che i tempi ora sono diversi; ma dobbiamo riscoprire quella stessa generosa disponibilità, e quella stessa lucida creatività. Terni deve tornare ad essere una città che attrae, che integra e che valorizza le persone; che guarda oltre i suoi confini, sia regionali che nazionali. Dobbiamo essere consapevoli che lo sviluppo della tecnologia non trova in se stesso la sua giustificazione ultima; tuttavia dobbiamo accogliere l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica e orientarle al futuro nella speranza. Dobbiamo dare un’anima alla tecnologia e alla ricerca scientifica, un traguardo etico e quindi sociale. Lo abbiamo fatto nel nostro passato; dobbiamo continuare a farlo con più forza e più convinzione. Non possiamo abituarci a pensare lo sviluppo della tecnologia come alternativo alla tutela della salute e dell’ambiente. E neppure possiamo accettare l’idea che il perseguimento dei risultati economici dell’impresa sia in contraddizione con la garanzia delle condizioni di sicurezza per il lavoro all’interno dell’impresa. Il drammatico problema degli incidenti e delle morti sul lavoro che continua a lacerare questa nostra terra deve renderci ancor più attenti e responsabili. Sappiamo bene ormai che solo una nuova cultura del lavoro che metta la dignità dell’uomo in cima alla scala dei valori e non viceversa può scongiurare il perpetuarsi di questa catena di morte. Un nuovo sviluppo richiede uomini e donne capaci di riflessione profonda e di amore generoso. Sono questi gli uomini e le donne che Terni deve far crescere, accogliere, educare, ospitare: sono gli uomini e le donne di una nuova generazione che, sulle spalle della sapienza e delle opere delle generazioni che l’hanno preceduta, costruiranno nuove imprese, nuove istituzioni culturali, nuove categorie dirigenti, nuove aggregazioni sociali. Sono questi gli uomini e le donne che renderanno Terni più vivibile, più bella, più ricca, più generosa. Dobbiamo porre molta più attenzione ai nostri giovani. Dobbiamo vincere, e presto, la tentazione della asocialità, dell’isolamento che subdolamente si è insinuato nelle nuove generazioni. C’è una grande responsabilità nell’accogliere e nell’aiutare la crescita delle nuove generazioni. E’ nelle loro mani gran parte del futuro di Terni. Cari amici sono molte altre le considerazioni da fare sulla vita della nostra città. Per parte mia ho voluto solo avviare una riflessione, Vorrei che nei mesi prossimi l’intera comunità diocesana riflettesse sulle sue responsabilità verso Terni, come anche Narni e Amelia. Si tratta di mettere in atto dibattiti e riflessioni che potranno culminare in un incontro pubblico cittadino, al quale sono invitate anche le altre istituzioni. Già dai giorni prossimi, anche con l’aiuto degli interventi tenuti nelle feste di San Valentino negli anni precedenti, si possono avviare appositi incontri. L’amore per la nostra città - ha concluso Paglia -ci spinge ad essere più audaci e più generosi per il futuro di questa nostra città. San Valentino ci aiuti a percorrere questo itinerario assieme e con slancio. Egli ci dona giù una luce: un città che si fonda sull’amore per tutti a partire dai poveri e dai malati, e che coinvolga i giovani con maggiore coraggio nel pensare e costruire il proprio futuro".
14/2/2008 ore 14:25
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